Art institute of Chicago: una giornata con Edward Hopper e Georges Seurat

agosto 21, 2010

Anche oggi è un gran giorno a Chicago. Faccio la mia solita colazione da leoni. Succo di arancia, due tipi di dolce (uno al cioccolato e uno alla vaniglia) e un tall “coffee Frappuccino” di Starbucks che sarebbe un caffè frullato con il ghiaccio, il latte e la panna. Lo stomaco regge alla grande. Speriamo anche l’intestino.

Cammino molto durante il giorno ed è chiaro che brucio molte calorie. Decido quindi di dedicare la mattinata allo shopping. Passo buoni 40 minuti da Bloomingdale’s e faccio buoni affari. Entro per curiosità da Gucci. Non ho mai comprato nulla da Gucci e non ho intenzione di iniziare a comprare adesso che non è più italiana ma francese. Una semplice maglietta costa 350 dollari. Sto parlando di una maglietta da vecchio, color zabaione con il colletto rosso e verde tipici del brand. Se non fosse griffata non se la comprerebbe nessuno. Comunque mi piace. Provo a valutarla senza la griffe. Immagino che potra’ valere al massimo un terzo del prezzo. Forse meno. Esco.

Entro da Versace (in inglese ‘virsacii’). Entro da J. Crew. Entro da Banana Republic. Mi piace tutto ma non compro niente. E’ quel tipo di abbigliamento che mi attira esposto nei negozi, ma non mi convince mai del tutto quando lo indosso. Non faccio acquisti se non sono sicuro al 100%.

Di solito ci metto poco a capire se mi piace o no. Dopo altre 2 ore di shopping compro uno smanicato Lacoste e un paio di scarpe Schechers davvero belle e comode. Sono stanco. Torno in albergo.

Dedico il pomeriggio al museo Art Institute dove succede una cosa curiosa. Entrando non c’è molta fila per fare il biglietto. La signora mi chiede da dove vengo, rispondo orgoglioso “I’m from Italy!”. La seconda domanda è: “Are u a student?”. Ci penso quel millesimo di secondo in piu’ prima di dire una bugia: “Yes” . Risultato? Pago il biglietto ridotto! (12 dollari). Godo.

Entro dentro e prendo una guida. Apprezzo anzitutto il museo, come struttura architettonica non ha nulla da invidiare al Moma. E’ molto moderno, trionfa il bianco e la geometria verticale. Le sale sono tutte molto luminose, ad esclusione di quelle dedicate all’arte Persiana (forse per far ammirare il loro modo di costruire le finestre) e all’arte Indiana (qui forse per non far deteriorare i tessuti, chissà).

Vado molto veloce sulle fotografie. Non sono venuto fin qui a vedere fotografie. Non riconosco la fotografia come arte. O quantomeno faccio fatica ad accettarla, tutto qua.

Mi soffermo solo sull’evoluzione del marchio ‘Obama 08’ che ha fatto vincere  il Presidente nativo di Chicago. Mi interessa in particolare il fatto che il marchio non deve essere alterato nei colori, non deve essere modificato il carattere, la forma e la grandezza. Non deve essere ruotato. Non deve essere messo con i colori a contrasto altrimenti si ‘spegne il sole’. E non deve entrare nulla nell’area del marchio c.d. protetta. Molto interessanti sono quindi i bozzetti che hanno portato all’evoluzione del marchio ‘Obama 08’ come lo conosciamo noi.

Salto a pie’ pari l’arte greca e pre ellenica. Salgo di un piano e casco per terra, svenuto davanti a una tela di Pollock. Il suo tocco geniale nel confondere il bianco e il nero su una così vasta tela, lascia intendere una sapienza pittorica che nessun altro ha saputo eguagliare in quel periodo. Infatti, i quadri intorno sembrano piuttosto degli scherzi di colore, delle prove fanciullesche di arrangiare la pittura e simulare un’arte che non convince mai del tutto. Non crea suggestione.

Riconosco Picasso ma non apprezzo Picasso. Mi soffermo su due tele di Dalì che ha saputo avvicinare la sua follia all’arte. Dove mai si è vista una giraffa che va a fuoco? Un pianoforte liquido. E quelle formiche sul corpo di donna, a ricordare la decadenza umana e terrena.

Adoro Kandinsky ma devo essermi intossicato della sua arte quando ero a Londra. Ebbi un accesso ‘member’ a una soggettiva. Ne uscii nauseato. Sazio. Ecco, sono sazio di Kandinsky. Se lo vedo, provo mal di mare.

Ahhh, ecco Mirò. Vado pazzo per Mirò. Mi ricorda quando da piccolo mio padre mi portò a vedere una mostra a lui interamente dedicata. “ I Mirò di Mirò”.

Eppoi l’insuperabile Mondrian. C’è uno studio dietro quelle linee di colori primari che lascia trasparire una volontà di comunicare qualcosa con un altro alfabeto, un altro linguaggio. Un codice nuovo?

Mi sono perso? Possibile che sono qui dentro da due ore e non ho ancora visto la tela di Seurat? Chiedo a una guardia di sicurezza come fare per raggiungerla. Mi dice di prendere un altro ascensore e di salire al secondo piano.

Esco con la mappa, giro, giro, giro. Passo davanti a una caffetteria. Entro in una sala, apro una porta di vetro. Passo due tele e non c’è Seurat. Mi volto e slam! …eccolo la… che meraviglia! Come ha fatto a unire tutti quei puntini in quel modo? Questa è la tela piu’ bella del museo. Sono affascinato. Completamente rapito. Mi emoziono quasi come davanti al Botticelli. Ci sono artisti che hanno una capacità descrittiva totale. Qui c’è qualcosa di piu’. Ci si sente osservatori esterni di un mondo altro rispetto al nostro. In realtà stiamo sbirciando. I nostri occhi registrano furtivi un reale consolidato che ci appartiene. Lo viviamo noi stessi, ma in un’altra dimensione. Immaginiamo di essere anche noi, per un giorno, a La Grande Jatte…

L’ultima tela di tutte, la piu’ fotografata e forse la piu’ riuscita, è Nighthawks di Edward Hopper. Ci sono due persone al bar, una coppia. Il barista serve loro da bere in una notte stagliata dalle luci al neon. Un gioco di luci e ombre perfettamente riuscito. Realistico oltre che reale. Dicono che metta malinconia ma a me piuttosto mette pace. C’è un’armonia intensa, una silenziosità amena che trasmette l’immagine intera, in una compattezza di colori che la staglia dalla tela e la trasmette fino a noi. Guardate…


Vita da Chicagoano: concerto Jazz a Grant Park, Birra 312, Hamburger, Wrestling, Acquario e Field Museum

agosto 20, 2010

Ho dormito 14 ore filate. Sentivo i rumori della strada. Entrava la luce dalle finestre. A proposito di luce. Qui a Chicago la luce è opalescente. La mattina i grattacieli brillano ma sono avvolti da una luce di latte che li confonde. Come una nebbia molto rarefatta. Come un velo.

Sono le 11,40 e sto ancora in camera. Apro il computer, controllo la posta e faccio un paio di telefonate in Italia. Decido di alzarmi.

Passo un’ora sotto la doccia. Esco senza sistemare niente. Lascio la schiuma da barba sul lavello, il libro sul letto, la cassaforte aperta, i soldi sul tavolo. Torno indietro a prendere i soldi per fare colazione.

Stavolta faccio colazione da Dunkin Donut’s https://www.dunkindonuts.com/ che si vanta di avere il caffe’ che fa svegliare l’America. Infatti il loro cappuccino è veramente buono. Chiedo alla cassiera qual è il migliore dolce alle sue spalle. Mi guarda con aria maliziosa e mi indica una ciambellina di cioccolato con dentro la crema. Ne prendo due. Il sapore  è simile a quello di una ‘bomba al cioccolato’ ordinata in autostrada. Non convince. Il cappuccino invece è esageratamente caldo. Mi scotto la lingua. Cazzo.

Torno in stanza, sistemo un po’ di cose. Metto via la roba sporca. Mi vesto con un pantaloncino e una camicia bianca. Le scarpe sono sempre Nike. Mi hanno salvato i piedi.

Entro nel negozio Disney per fare dei regalini alle mie nipotine. Esco senza aver comprato nulla. Non ci sono idee sfiziose. E’ piu’ fornito il negozio Disney a Roma. Quello di New York è dieci volte piu’ grande di questo. Che delusione.

Entro da Macy’s. Salgo, salgo, salgo. Per trovare il piano uomo si deve passare per 4 piani donna e un piano di mutande. Compro qualcosa in saldo. Scendo al piano terra a fare un prelievo all’ATM.

Torno in stanza. Ho ancora sonno. Mi rilasso. Accendo il televisore. Mi vedo dieci minuti di wresling.  In pratica c’è un vecchio palestrato con i capelli lunghi e bianchi come Pannella. Lo chiamano ‘il padrone di casa’. Poi ci sono due giovani che vogliono sfidarlo. E una donna che mette zizzania. Spengo. Esco.

Cerco di arrivare a piedi all’acquario passando per un percorso diverso dal magnificent mile. Passo davanti a un pub che vende Birra Peroni Nastro Azzurro. Mi fa piacere vedere quella insegna. Cammino sul lato destro della strada, non colpito dal sole.

Passo sotto la ferrovia sopraelevata. Qui la metropolitana passa tra i grattacieli su una struttura di ferro rossa. Sotto ci sono gioiellerie e parcheggi a pagamento. In uno di questi stanno girando un film. Si vedono macchine incendiate e asfalto rovesciato. La macchina da presa è montata su un braccio meccanico alto 20 metri. Un cartello avverte che tutti i negozi restano aperti ‘all businesses are open while filming’.

Cammino ancora. Sicuramente mi trovo su una parallela di grant park molto a sud. Ho passato la library di alcuni isolati. Vedo un pub con le finestre sporche, molto vecchio. C’è un grande murale e il palazzo che lo ospita è molto decadente. Sulla porta c’è ogni tipo di insegna di birra. Questo lo qualifica molto ai miei occhi. Entro. Mi chiedono la carta di identità. Magari c’è uno spettacolo pornografico (penso). Invece per ordinare alcolici si deve essere maggiori di 21 anni. Penso a questa regola americana. Non la condivido. Alimenta gli alcolizzati, secondo me. Rende depravato il piacere di bere che mi sembra piu’ legato a un bisogno, che a un vizio.

Arriva una cameriera asiatica. Chiedo un hamburger (comes with fries) e una 312 (si legge: three one two). Le birre americane sono molto gassate. Sembrano addizionate di bicarbonato.

Esco soddisfatto. Cammino fino al museo di storia naturale (field museum). E’ chiuso. Scendo all’acquario. E’ chiuso. Chiedo che ore sono a un passante: le 6.15p.m.

Cammino lungolago. Apprezzo un nuovo skyline di Chicago. Dall’aquario si vede veramente tutto. Solo che non mi piace. Preferisco lo skyline dalla Buckingham Fountain.

Scendo ancora la scalinata. Attraverso il parco. Arrivo a Grant park. C’è un concerto Jazz. E’ vietato bere alcolici. La gente si organizza facendo pic-nic sul prato. I  bambini ballano. I disabili hanno posti riservati. Io vado nell’area riservata allo stand della birra 312. Mi mettono un braccialetto. Serve per poter circolare nel campo e poter bere una birra. Significa che hanno controllato che sono maggiorenne e che quella birra è quella ufficiale del parco. Questa è mafia.

Comunque adoro il popolo americano che si fa il grill per strada. Che si porta un carrello pieno di bottiglie di vino per celebrare il giorno. Ed è un giorno qualsiasi ma al parco è un giorno bellissimo. C’è ottima musica. C’è bel tempo. In Italia, ad un raduno del genere, troveremmo molta droga. Questi invece si drogano solo di cibo e di musica. Per una sera mi sento come loro, americano. Chicagoano.


Una mongolfiera su Chicago

agosto 19, 2010

Il giro in mongolfiera ci sta tutto. Lo sconsiglio vivamente ai cardiopatici e soprattutto a chi soffre di vertigini. Si raggiungono 315 piedi di altezza. Si sta in piedi dentro una ciambella di plastica blu, legati con un moschettone da 1 euro a questo contenitore che oscilla di tre metri a destra e a sinistra.

Saliamo in 7. Sono ammessi anche i bambini. Per fortuna ce ne sta solo uno ed è meravigliosamente incosciente. Forse è l’unico che si gode la cosa fino in fondo.

Per fortuna nella navicella sale anche un responsabile che – con la sua tranquillità e gli strumenti – ci trasmette un senso di sicurezza non indifferente. Lo guardiamo a ogni scricchiolio, a ogni ventata, a ogni movimento repentino. Lui è perfettamente sicuro di se. Fa anche brevi comunicazioni con la base, ma non capisco che dice visto che bisbiglia. Credo che anche questo sia per non creare panico a bordo.

Si pagano solo 25 dollari. Si firma un pezzo di carta straccia. Si indossa una cinta di cuoio. Si entra nella navicella in fila indiana. I posti sono in piedi.

Una volta entrati si attacca il moschettone a una cordicella esile che non trasmette alcun senso di robustezza. Il tizio da le istruzioni. Ci dice che su fa freddo. Ci dice di non esporsi. Di tenersi sempre con le spalle indietro e le braccia divaricate. Mani salde sul bordo.

Si sale. Il pallone di elio rende molto stabile la salita. Lenta e meravigliosa. Con 5 minuti saliamo gradualmente fino a 300 piedi (dopo cerco di tradurre in metri). Il Navy Pier diventa un modellino di Navy Pier. La gente diventa piccola piccola, come dei puntini. L’altezza è decisamente considerevole. Tira tanto vento e c’è una piccola escursione termica. Si sta bene.

Una volta in quota il pallone è molto stabile. Se non si guarda in basso, si apprezza un panorama ancora piu’ bello. Non si vede l’altra costa del lago Michigan. Quella si vede solo salendo sulle Sears Tower.

Da qui sembra più importante guardare sotto che guardare di fronte. Inizio ad abituarmi all’altezza quando è gia’ ora di scendere.

La discesa è certamente drammatica. La navicella oscilla. Qualcuno strilla. Io guardo fisso il responsabile che è salito con noi. La sua assoluta faccia di gesso non lascia trapelare alcuna emozione. Anzi, a un certo punto si è messo pure a fare una telefonata (breve) al cellulare. Poi è tornato a lavorare su uno strumento pieno di misuratori digitali che ha sotto di se.

Scendiamo gradualmente. Oscilliamo di 5 metri a destra e a sinistra. Il cavo di acciaio è esile. Ha un diametro di 3 centimetri. E’ meno di un terzo rispetto a quello del recinto dei rinoceronti allo zoo.

Chiedo al tizio perché il cavo di acciaio  è così esile. Dice di non preoccuparsi. Il cavo viene sostituito ogni stagione. L’elio viene ricaricato 2 volte al mese, e la seconda volta è un refillaggio molto intenso rispetto alla prima.

Gli ultimi venti metri da terra sono i piu’ tormentati. Alcuni urlano. Faccia di gesso è imperturbabile. Io mi godo questo momento.

L’atterraggio è perfetto. La navicella sembra attratta da questa base di legno su cui atterriamo. La centra perfettamente.

Quando i piedi toccano  terra, le ginocchia ringraziano. Scarico un po’ di tensione con un po’ di stretching.


CartaSI viene al leggere il mio blog!

agosto 18, 2010

Ho scritto un articolo dove parlavo della griglia di sicurezza di CartaSI, che scatta dopo una serie di acquisti all’estero. Come vi ho gia’ detto, ho telefonato al call center di Milano e mi hanno sbloccato subito la carta.

Poco dopo e per 2 volte, il servizio CartaSI che si occupa di ‘monitoraggio web’ è finito a girare in lungo in largo sul mio blog.

http://95.110.193.68/CartaSi/login.aspx

Sappiano che sono un cliente (da sempre) molto soddisfatto di CartaSI.

🙂

Saluti


Grande avventura a Chicago: Zoo, Conservatory, Lincoln park, Dragon Fly, Willis Tower Ledge, Skylines of the Windy City

agosto 18, 2010

Conosco molto bene il centro e il sud di Chicago. Conosco poco il nord. Decido quindi di spostarmi verso il Lincoln park, ovviamente a piedi. Alla fine del miglio magnifico, si percorre tutto il lungolago verso nord.

In pochi minuti il tempo è peggiorato e per tutta la giornata sono piovute piccole gocce d’acqua, come se qualcuno stesse innaffiando un fantomatico balcone nel cielo. Non ha mai piovuto davvero, a scroscio. Non c’erano nuvole minacciose. C’era solo l’effetto-balcone che vi ho appena descritto.
Comunque, esplorando la Windy City al nord, ora che le spiagge si sono miracolosamente svuotate e che il lungolago è davvero ventoso e senza più atleti, ciclisti e podisti, finalmente i semplici pedoni hanno un ruolo. Possono camminare tranquilli. I giornali in questi giorni si sono preoccupati degli incidenti che subiscono i ciclisti. Esiste un servizio di assistenza per le vittime, ossia di quelli caduti dalla bicicletta perchè poi hanno la fobia e non riescono a risalirci sopra. Non commento…

Comunque a Nord mi sembra che ci siano meno grattacieli. Si possono trovare case semplici, anche se semplici davvero non lo sono mai. Anzi, probabilmente costano di piu’ qui che altrove. Ad esempio un tizio si è costruito pure un castello. Lo vedi perché sembra uscito dal luna park.

Procedendo in direzione nord si incontrano subito due attrattive turistiche importanti. C’è lo ZOO e il giardino botanico. La visita è gratuita e se mi consentite è un must see. Non solo per bambini. Anzi i bambini qui devono avere una buona resistenza, perché c’è molto da camminare. E’ una specie di zoo-safari.

Per arrivare si attraversa una buona parte del Parco dedicato a Lincoln. La prima cosa che incontro però è un monumento a Garibaldi. Strano. Non me lo aspettavo. Gli scatto una foto. Il motto è che lui non va in guerra per guerreggiare ma per liberare. Anche qui, non commento.

Poi volano insetti dovunque qui a Chicago. Non sono nocivi per l’uomo anzi, credo che abbiano paura dell’uomo perché non si avvicinano. Sono dei lepidotteri identici a quelli del film “Il Silenzio degli innocenti”. Mi sono informato e qui li chiamano “Dragon Fly”. Probabilmente sono gli stessi che friniscono negli alberi al tramonto.

Lo Zoo di Chicago non è lo zoo di Roma (ridicolo) e non è lo zoo di New York (confusionario, pacchiano, rumoroso).  Lo zoo di Chicago è il migliore zoo che abbia mai visitato. Pulito ed efficiente.  Tenete in considerazione che non sono un appassionato di zoo. Al contrario sono assolutamente contrario a ridurre in cattività gli animali. Non mi interessa che ci sia uno scopo didattico di fondo. Sono sicuro che quelle giraffe a Chicago soffrono. E mi dispiace pure per quelle scimmie. E’ talmente visibile la loro depressione che mi da fastidio leggere come le trattano bene. Sono convinto anch’io che nascondere il cibo sia il modo migliore per costringere gli animali del parco a trovarselo come fanno in natura. Sono certo che la temperatura è la stessa che c’è nella giungla. Tuttavia quella gabbia con le liane di plastica è una vergogna. Alberi morti, mozzati, fungono da sedia per animali che sono abituati a ben altre altezze, ben altri alberi, ben altro cibo, ben altra vita. Le due aquile, santo cielo, vederle chiuse in gabbia mi ha fatto davvero incazzare. Lo sapevo che allo zoo non ci dovevo mettere piede. Per inciso – se uno non ci pensa – è anche bello vedere i leoni da vicino. Tuttavia quel leone scheletrico, rinseccolito, sdraiato mezzo morto su un sasso, fa veramente pena.

Ci sono anche animali domestici. I bambini danno da mangiare alle capre e alle mucche. Questo mi sembra educativo. Tutto il resto, francamente, no.

L’Orso bianco sembra uscito matto. Ripete ciclicamente lo stesso esercizio nella vasca, per tutta la mezz’ora che lo osservo. Mi fa incazzare, esco dallo zoo. Entro nel giardino botanico.

Anche il giardino botanico è una piccola delusione. Sono un appassionato di gardening, è un vizio che ho ereditato da due generazioni. Diciamo che questo giardino botanico è l’equivalente di una serretta di piante communis omnium. Non c’è assolutamente nulla di prestigioso, e dubito che valga la pena di arrivare fin lassu’ per vedere quel ‘conservatorio’… come lo chiamano loro.

Secondo me l’orto botanico di Washington non ha paragoni. Per gli appassionati come me, si trova nel mall, subito dopo il museo aerospaziale, e credetemi merita una visita. E’ il giardino dell’eden.

Vi avevo detto che non vi avrei descritto le Willis/ Sears tower perché vi consigliavo solo di salirci almeno una volta nella vita. E’ giusto il caso di rinnovarvi questo consiglio. C’è un balcone trasparente sopra, sotto e intorno detto ‘Ledge’ dove si ha l’impressione di volare giu’. Assolutamente geniale. Anche qui se volessimo fare dei paragoni con New York direi che l’Empire State Building è coinvolgente perché l’observatory deck è all’aperto e quindi si ha una doppia esperienza, visiva e sensoriale. Se si sale di notte sull’Empire, sembra di vedere un altro pianeta. Qui invece il grattacielo è abbastanza in ordine e funzionale come il Rockfeller Center, ma è alto da far paura. I grattacieli intorno rivaleggiano e quando si è sul piano strada, sembra che abbiano altezze paragonabili. Per apprezzare la differenza ci si deve spostare di qualche chilometro e a quel punto, lo skyline parla chiaro. Le Sears tower sono molto molto molto molto piu’ su.

A proposito di skyline. Qui a Chicago ci sono molti skyline da vedere. Diciamo che lo skyline lungolago è diverso a nord, al centro e al sud. Lo skyline di Chicago dallo zoo mostra le Sears tower a destra e si capisce quanto siano alte. Lo Skyline di Chicago, visto dal lungolago in downtown, mostra pochi grattacieli e spunta John Hancock center (sembra Mazinga con 2 antenne). C’è ancora lo Skyline di Chicago visto dal Navy Pier di notte. È incredibilmente bello. Specie al tramonto, quando il cielo è grigio e i palazzi neri dorati. Solo che è diviso a metà e non si apprezza per intero a meno che non si vada con la barca sul lago. Poi c’è lo skyline di Chicago visto dalla Buckingham fountains che è assolutamente quello che preferisco. Si vede tutto, ma davvero tutto. E’ un posto bello di giorno, meraviglioso al tramonto, pericoloso di notte (perché molto isolato). Appena torno in Italia incollo le varie fotografie per farvi capire la differenza.

Stay tuned…


L’albergo a Chicago

agosto 17, 2010

Ho gia’ detto che l’albergo fa schifo ma sta in centro e costa una cifra ragionevole.

Ieri pomeriggio la signora Arnetta (housekeeper) mi ha consegnato un modulo da compilare, il solito “Comment and suggestion”.
In pratica vogliono sapere se sono soddisfatto del servizio, della pulizia della stanza e se funziona tutto.
Infatti, c’è scritto: “Should you have a concern during your stay, please let us know. We want to make it right”.
Allora ho messo che sono very satisfied, but…
– My room is freezy, please keep down the air conditioned. I can’t find the remote control.

– There isn’t soap in my bathroom.
Il bello è che sono andato in giro per Chicago tutto il giorno e mi ero completamente dimenticato di questa cosa.
Quindi potete immaginare che sorpresa trovare al mio rientro la stanza profumata con il deodorante, molto piu’ pulita rispetto al solito, e finalmente con una temperatura accettabile (da 54 a 76 gradi, non so come tradurre in gradi centigradi ma ora va bene!).
Eppoi non ci crederete. In bagno ho trovato 2 confezioni diverse di shampoo Pantene dentro una bustina trasparente, 2 confezioni di media grandezza di conditioner (un balsamo) e una confezione di dentifricio. C’è anche una cremina al cocco, ma non ha un odore buono.
In piu’ hanno messo 2 asciugamani aggiuntivi per la doccia e due piccolissimi asciugamani vicino al lavabo.
Ovviamente sono soddisfattissimo. Spero solo che non abbiano cazziato la mia housekeeper Arnetta che è stata troppo gentile.


Finalmente ho assaggiato la famosissima Deep Dish Pizza

agosto 17, 2010

Mi avevano già avvertito che non mi sarebbe piaciuta. Aggiungo di più, che è una cosa stomachevole, disgustosa.

La base è una specie di crosta di farina di grano che sembra fritta male. In mezzo è piena di formaggio fuso che nemmeno un topo affamato si mangerebbe. Il tutto viene ricoperto con la salsa di pomodoro, acida.

Volendo si possono ordinare le versioni con salsicce (a dimostrazione che al peggio non c’è mai un limite) oppure con ‘pepperoni’ che qui sono delle sottili fettine di salame piccante (dalla consistenza plasticosa e dal sapore affumicato). Oppure vegetariana (ma per carità!).

A parte il costo non indifferente di una deep dish pizza (circa 15 dollari per la small) e considerando che si fa spesso la fila (anche solo per entrare) nei due posti migliori che la fanno (più altri 40 minuti di attesa prima che la pizza venga cotta al forno), io posso dire che l’ho mangiata contro voglia, e che l’ho mangiata tutta apposta per poter esprimere compiutamente un giudizio e che – per quanto mi riguarda – il giudizio è senza appello.

Per essere chiari, la deep dish pizza è assolutamente una schifezza.

Non ricordo chi me l’ha paragonata ad una ‘lasagna’ cotta male. Unaa lasagnaaa cotta maaaale??? Ma la lasagna è come il nome di Dio: non va nominata invano. Questa porcheria andrebbe abolita senza pietà dalle guide turistiche che la osannano.

Sono convinto che se fosse stata fatta con mozzarella italiana, sugo italiano, un filo d’olio e basilico, magari bastava che fosse stata cucinata da un pizzettaro romano o napoletano (o pure spezino, bolognese, cagliaritano… non importa) avrebbe avuto tutto un altro sapore. Ma è chiaro che non sarebbe stata più la deep dish pizza.

Accattatevilla Chicagoani!

(appena torno in Italia carico le foto ufficiali rimaste incastrate nella memoria SD)