Una mongolfiera su Chicago

Il giro in mongolfiera ci sta tutto. Lo sconsiglio vivamente ai cardiopatici e soprattutto a chi soffre di vertigini. Si raggiungono 315 piedi di altezza. Si sta in piedi dentro una ciambella di plastica blu, legati con un moschettone da 1 euro a questo contenitore che oscilla di tre metri a destra e a sinistra.

Saliamo in 7. Sono ammessi anche i bambini. Per fortuna ce ne sta solo uno ed è meravigliosamente incosciente. Forse è l’unico che si gode la cosa fino in fondo.

Per fortuna nella navicella sale anche un responsabile che – con la sua tranquillità e gli strumenti – ci trasmette un senso di sicurezza non indifferente. Lo guardiamo a ogni scricchiolio, a ogni ventata, a ogni movimento repentino. Lui è perfettamente sicuro di se. Fa anche brevi comunicazioni con la base, ma non capisco che dice visto che bisbiglia. Credo che anche questo sia per non creare panico a bordo.

Si pagano solo 25 dollari. Si firma un pezzo di carta straccia. Si indossa una cinta di cuoio. Si entra nella navicella in fila indiana. I posti sono in piedi.

Una volta entrati si attacca il moschettone a una cordicella esile che non trasmette alcun senso di robustezza. Il tizio da le istruzioni. Ci dice che su fa freddo. Ci dice di non esporsi. Di tenersi sempre con le spalle indietro e le braccia divaricate. Mani salde sul bordo.

Si sale. Il pallone di elio rende molto stabile la salita. Lenta e meravigliosa. Con 5 minuti saliamo gradualmente fino a 300 piedi (dopo cerco di tradurre in metri). Il Navy Pier diventa un modellino di Navy Pier. La gente diventa piccola piccola, come dei puntini. L’altezza è decisamente considerevole. Tira tanto vento e c’è una piccola escursione termica. Si sta bene.

Una volta in quota il pallone è molto stabile. Se non si guarda in basso, si apprezza un panorama ancora piu’ bello. Non si vede l’altra costa del lago Michigan. Quella si vede solo salendo sulle Sears Tower.

Da qui sembra più importante guardare sotto che guardare di fronte. Inizio ad abituarmi all’altezza quando è gia’ ora di scendere.

La discesa è certamente drammatica. La navicella oscilla. Qualcuno strilla. Io guardo fisso il responsabile che è salito con noi. La sua assoluta faccia di gesso non lascia trapelare alcuna emozione. Anzi, a un certo punto si è messo pure a fare una telefonata (breve) al cellulare. Poi è tornato a lavorare su uno strumento pieno di misuratori digitali che ha sotto di se.

Scendiamo gradualmente. Oscilliamo di 5 metri a destra e a sinistra. Il cavo di acciaio è esile. Ha un diametro di 3 centimetri. E’ meno di un terzo rispetto a quello del recinto dei rinoceronti allo zoo.

Chiedo al tizio perché il cavo di acciaio  è così esile. Dice di non preoccuparsi. Il cavo viene sostituito ogni stagione. L’elio viene ricaricato 2 volte al mese, e la seconda volta è un refillaggio molto intenso rispetto alla prima.

Gli ultimi venti metri da terra sono i piu’ tormentati. Alcuni urlano. Faccia di gesso è imperturbabile. Io mi godo questo momento.

L’atterraggio è perfetto. La navicella sembra attratta da questa base di legno su cui atterriamo. La centra perfettamente.

Quando i piedi toccano  terra, le ginocchia ringraziano. Scarico un po’ di tensione con un po’ di stretching.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.