Anche oggi è un gran giorno a Chicago. Faccio la mia solita colazione da leoni. Succo di arancia, due tipi di dolce (uno al cioccolato e uno alla vaniglia) e un tall “coffee Frappuccino” di Starbucks che sarebbe un caffè frullato con il ghiaccio, il latte e la panna. Lo stomaco regge alla grande. Speriamo anche l’intestino.
Cammino molto durante il giorno ed è chiaro che brucio molte calorie. Decido quindi di dedicare la mattinata allo shopping. Passo buoni 40 minuti da Bloomingdale’s e faccio buoni affari. Entro per curiosità da Gucci. Non ho mai comprato nulla da Gucci e non ho intenzione di iniziare a comprare adesso che non è più italiana ma francese. Una semplice maglietta costa 350 dollari. Sto parlando di una maglietta da vecchio, color zabaione con il colletto rosso e verde tipici del brand. Se non fosse griffata non se la comprerebbe nessuno. Comunque mi piace. Provo a valutarla senza la griffe. Immagino che potra’ valere al massimo un terzo del prezzo. Forse meno. Esco.
Entro da Versace (in inglese ‘virsacii’). Entro da J. Crew. Entro da Banana Republic. Mi piace tutto ma non compro niente. E’ quel tipo di abbigliamento che mi attira esposto nei negozi, ma non mi convince mai del tutto quando lo indosso. Non faccio acquisti se non sono sicuro al 100%.
Di solito ci metto poco a capire se mi piace o no. Dopo altre 2 ore di shopping compro uno smanicato Lacoste e un paio di scarpe Schechers davvero belle e comode. Sono stanco. Torno in albergo.
Dedico il pomeriggio al museo Art Institute dove succede una cosa curiosa. Entrando non c’è molta fila per fare il biglietto. La signora mi chiede da dove vengo, rispondo orgoglioso “I’m from Italy!”. La seconda domanda è: “Are u a student?”. Ci penso quel millesimo di secondo in piu’ prima di dire una bugia: “Yes” . Risultato? Pago il biglietto ridotto! (12 dollari). Godo.
Entro dentro e prendo una guida. Apprezzo anzitutto il museo, come struttura architettonica non ha nulla da invidiare al Moma. E’ molto moderno, trionfa il bianco e la geometria verticale. Le sale sono tutte molto luminose, ad esclusione di quelle dedicate all’arte Persiana (forse per far ammirare il loro modo di costruire le finestre) e all’arte Indiana (qui forse per non far deteriorare i tessuti, chissà).
Vado molto veloce sulle fotografie. Non sono venuto fin qui a vedere fotografie. Non riconosco la fotografia come arte. O quantomeno faccio fatica ad accettarla, tutto qua.
Mi soffermo solo sull’evoluzione del marchio ‘Obama 08’ che ha fatto vincere il Presidente nativo di Chicago. Mi interessa in particolare il fatto che il marchio non deve essere alterato nei colori, non deve essere modificato il carattere, la forma e la grandezza. Non deve essere ruotato. Non deve essere messo con i colori a contrasto altrimenti si ‘spegne il sole’. E non deve entrare nulla nell’area del marchio c.d. protetta. Molto interessanti sono quindi i bozzetti che hanno portato all’evoluzione del marchio ‘Obama 08′ come lo conosciamo noi.
Salto a pie’ pari l’arte greca e pre ellenica. Salgo di un piano e casco per terra, svenuto davanti a una tela di Pollock. Il suo tocco geniale nel confondere il bianco e il nero su una così vasta tela, lascia intendere una sapienza pittorica che nessun altro ha saputo eguagliare in quel periodo. Infatti, i quadri intorno sembrano piuttosto degli scherzi di colore, delle prove fanciullesche di arrangiare la pittura e simulare un’arte che non convince mai del tutto. Non crea suggestione.
Riconosco Picasso ma non apprezzo Picasso. Mi soffermo su due tele di Dalì che ha saputo avvicinare la sua follia all’arte. Dove mai si è vista una giraffa che va a fuoco? Un pianoforte liquido. E quelle formiche sul corpo di donna, a ricordare la decadenza umana e terrena.
Adoro Kandinsky ma devo essermi intossicato della sua arte quando ero a Londra. Ebbi un accesso ‘member’ a una soggettiva. Ne uscii nauseato. Sazio. Ecco, sono sazio di Kandinsky. Se lo vedo, provo mal di mare.
Ahhh, ecco Mirò. Vado pazzo per Mirò. Mi ricorda quando da piccolo mio padre mi portò a vedere una mostra a lui interamente dedicata. “ I Mirò di Mirò”.
Eppoi l’insuperabile Mondrian. C’è uno studio dietro quelle linee di colori primari che lascia trasparire una volontà di comunicare qualcosa con un altro alfabeto, un altro linguaggio. Un codice nuovo?
Mi sono perso? Possibile che sono qui dentro da due ore e non ho ancora visto la tela di Seurat? Chiedo a una guardia di sicurezza come fare per raggiungerla. Mi dice di prendere un altro ascensore e di salire al secondo piano.
Esco con la mappa, giro, giro, giro. Passo davanti a una caffetteria. Entro in una sala, apro una porta di vetro. Passo due tele e non c’è Seurat. Mi volto e slam! …eccolo la… che meraviglia! Come ha fatto a unire tutti quei puntini in quel modo? Questa è la tela piu’ bella del museo. Sono affascinato. Completamente rapito. Mi emoziono quasi come davanti al Botticelli. Ci sono artisti che hanno una capacità descrittiva totale. Qui c’è qualcosa di piu’. Ci si sente osservatori esterni di un mondo altro rispetto al nostro. In realtà stiamo sbirciando. I nostri occhi registrano furtivi un reale consolidato che ci appartiene. Lo viviamo noi stessi, ma in un’altra dimensione. Immaginiamo di essere anche noi, per un giorno, a La Grande Jatte…
L’ultima tela di tutte, la piu’ fotografata e forse la piu’ riuscita, è Nighthawks di Edward Hopper. Ci sono due persone al bar, una coppia. Il barista serve loro da bere in una notte stagliata dalle luci al neon. Un gioco di luci e ombre perfettamente riuscito. Realistico oltre che reale. Dicono che metta malinconia ma a me piuttosto mette pace. C’è un’armonia intensa, una silenziosità amena che trasmette l’immagine intera, in una compattezza di colori che la staglia dalla tela e la trasmette fino a noi. Guardate…



Pubblicato da Dario Denni 














